Mi rendo conto che sto
assaporando nuovamente il piacere di viaggiare solitaria.
Senza dover rincorrere nessun gruppo e nessuna persona.
Con i miei ritmi, fermandomi quando ne sento il bisogno. Mi prendo
il mio tempo per fotografare, per riposare e mangiare, per contemplare con calma.
Inoltre, ogni tanto, un pensiero improvviso, una visione, un suono, un
colore, una faccia. Mi blocco e prendo appunti dominata dal mio incontrollabile
e frenetico bisogno di mettere nero su bianco. O tento di scrivere anche mentre
pedalo, annotando parole deformi e quasi indecifrabili che si adeguano mansuete
allo sconnesso fondo stradale e ai miei precari equilibri.
Rifletto.
Non bisogna
mostrarsi eroici a tutti i costi. Sto imparando a viaggiare con le mie paure,
frustrazioni ed entusiasmi.
Dalle proprie avventure e dal proprio modo di
vivere l'esperienza del viaggio ci si rende conto che il vero viaggiatore non è
colui che si affanna per arrivare a una meta, ma chi riesce ad assaporare il
percorso che si compie per raggiungerla. Il luogo dove vorremmo già essere, il
posto che ci attende. Ma nel mezzo, tra ciò che si lascia e ciò che si va a cercare,
le emozioni del passaggio, gli occhi che osservano e il cuore che batte. Nel
mezzo, spesso, c’è la verità e l'onestà dell'itinerario.
Cesare Pavese diceva che viaggiando
ci si obbliga ad avere fiducia negli stranieri e a perdere di vista il comfort
familiare della casa e degli amici. In questo senso il viaggio è una brutalità.
Ci si sente costantemente fuori equilibrio.
Hai la percezione che nulla ti
appartenga, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il
cielo.
Sto ritornando all’essenziale.
Che sensazione meravigliosa.

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